di GUIDO RAMPOLDI
Nessuno avrebbe potuto inventare un conflitto più congeniale alla sensibilità europea della crisi birmana. Una popolazione disarmata che si ribella ad una dittatura militare, un coraggioso movimento di liberazione che tiene nel massimo conto i diritti umani, la religione che ritrova una dimensione politica sana in una laica lotta per la libertà.
Cos’altro si voleva per ritrovare in questi eventi alcune tra le questioni e le vicissitudini che hanno formato l’identità europea? Eppure in queste giornate i birmani avrebbero più di una ragione per chiedersi se esista ancora un’entità politica con quel nome: Europa. Da quando la crisi interna al Myanmar è diventata una crisi internazionale, la scena è occupata da americani e cinesi, da indiani e giapponesi. Ma gli europei non ci sono. Al momento non hanno neppure discusso se indurire le sanzioni contro la giunta birmana, il modo classico per cavarsi d’impaccio quando non si sa bene cosa fare o non si hanno altri strumenti per intervenire. Sono spettatori. Magari costernati, ma spettatori.
Si dirà, perché è di moda dirlo, che il problema è il ceto politico. Il continente, come negarlo?, non pullula di statisti. Nei governi non sovrabbonda il pensiero strategico. Nei parlamenti non prevale la conoscenza del mondo. Ma al di là del fatto che la qualità del personale politico rispecchia la qualità d’una società, l’obiettivo impoverimento delle classi dirigenti ha poco a che fare con la timidezza con cui l’Europa si accosta alla crisi birmana. Si dirà che la Birmania è lontana. Ma non era meno distante dieci anni fa, quando la resistenza solitaria di Aung San Suu Kyi appassionava non pochi. Si dirà che l’Europa è cambiata. Che ansie identitarie e insicurezza hanno diffuso ovunque grettezza, provincialismo, indifferenza. Che quanto è remoto, povero e straniero oggi non è popolare. Che la crisi della rappresentanza democratica non rafforza la solidarietà verso chi si batte per la democrazia. Tutto vero. Eppure esiste ancora, e sulla carta anzi è egemone, un’Europa attenta alla libertà e ai diritti umani, e consapevole che se decadono questi geni nel sangue delle nostre democrazie resta poco. Però non ha più nelle vele l’europeismo gagliardo che per alcuni anni sembrò darle slancio, prospettiva, proiezione nel mondo. E questo è un limite non da poco. L’europeismo è l’ultimo internazionalismo che nel continente ancora resista all’immiserirsi degli ideali e al restringersi degli orizzonti. Ed è anche un buon affare, perché talvolta ha offerto all’Europa la convinzione necessaria per recitare nei panni della potenza globale.
L’Europa attuale non ha di quelle ambizioni: sembra anzi rassegnata alla propria marginalità. Si può discutere a lungo sui motivi per i quali è diventata una comparsa, se abbia più colpa chi alla vigilia della guerra con l’Iraq spaccò l’Unione o piuttosto quella sinistra cieca che concorse a silurare il Trattato per la Costituzione. Ma non si può negare che la Ue oggi conti meno di qualche anno fa, e abbia introiettato il proprio declassamento così come si accetta un destino.
Per ritegno, questo non viene comunicato ai governi stranieri. Ma tutti ne sono consapevoli. Ovviamente gli ambasciatori europei continuano a riunirsi con cadenza fissa: ma come confida uno di loro, di stanza in un Paese mediorientale che oggi ribolle, “ci guardiamo in faccia e non sappiamo cosa dire”. I tentativi di coordinare le politiche estere sono così fiacchi che quando il solitario “coordinatore”, Javier Solana, sbarca in una capitale straniera la stampa locale neppure prende nota.
Quel cinismo mediocre che si pretende “realismo” a questo punto farà spallucce. Quanto avviene in Birmania, obietterà, non ha alcuna conseguenza per noi. Eppure un’Europa rannicchiata nella propria pochezza e rassegnata all’irrilevanza, è un pericolo per noi europei. Lo è tanto più in questo periodo, mentre tra Iran e Stati Uniti comincia una partita in cui anche gli spettatori rischiano parecchio. L’Europa ha buone probabilità di parteciparvi in ordine sparso, anche se non con i medesimi apparentamenti che si formarono alla vigilia della guerra con l’Iraq. Sarebbe la via più rapida per andare a ricasco degli eventi e rendersi perfino patetici. Usciti di scena alcuni tra i più ascoltati messaggeri dell’idealità europea - i Wojtyla, i Silvestrini, i De Villepin - ora mandiamo in giro i Kouchner.
Dunque i monaci birmani non sono così lontani come sembrano. Sono anzi vicinissimi al futuro dell’Europa. Alla nostra “identità”, come usa dire. Perfino ai nostri interessi. Potremmo dire che in qualche modo quei monaci marciano nelle nostre strade.