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Georgia, l’opposizione protesta contro l’arresto del leader politico Okruashvili

September 28th, 2007 by Europa

E’ alta tensione in Georgia dopo l’arresto dell’ex ministro della Difesa Irakli Okruashvili, prelevato dalla polizia nei locali del suo partito politico, il Movimento per una Georgia unita. L’opposizione ha convocato una manifestazione di protesta davanti al Parlamento. Da un anno Okruashvili e il Presidente Mikhail Saakashvili sono allo scontro sul fronte politico interno.

Martedì sera alla Tv georgiana l’ex ministro aveva dichiarato: “Ho ricevuto più volte dal Presidente l’ordine di liquidare alcune personalità influenti e importanti”. L’ex ministro per la Regolazione dei conflitti, Jaindrava, ha detto di non escludere che altri politici saranno arrestati nelle prossime settimane.

Subito dopo l’arresto, l’avvocato di Okruashvili, Ekaterina Beselia, ha dichiarato: “Non so di che cosa sia sospettato, non ho visto documenti ufficiali che dicano perché è stato arrestato”. Il procuratore generale aggiunto di Tbilisi ha poi detto che Okruashvili è sospettato di estorsione e riciclaggio di denaro. Intanto, anche il partito Repubblicano ha chiesto di scendere in piazza per sostenere la libertà di espressione.

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Turchia e Iraq firmano un accordo per combattere i ribelli curdi

September 28th, 2007 by Europa

Insieme, contro i ribelli curdi. Il governo turco e iracheno hanno siglato un accordo anti-terrorismo al fine di combattere i guerriglieri curdi che lottano per avere uno Stato indipendente. I due Paesi si impegnano a scambiarsi informazioni di intelligence e a incontrarsi ogni sei mesi per coordinare la loro azione.

Sarebbero circa 3 mila i ribelli curdi nascosti nelle montagne dell’Iraq settentrionale e da lì lanciano gli attacchi nella regione sud orientale turca.

Ankara sostiene che il partito combattente Pkk è responsabile di oltre 30 mila morti da quando ha cominciato la lotta armata nel 1984. E per questo motivo chiede che i suoi soldati possano inseguire oltre il confine iracheno i ribelli del Pkk, che considera, al pari dell’Unione europea e degli Usa, un’organizzazione terroristica. Sul diritto di inseguimento, però, la Turchia ha finora ricevuto in no di Bagdad.

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Massacro di Vukovar, i croati accusano di eccessiva mitezza il tribunale per l’ex Jugoslavia

September 28th, 2007 by Europa

La sentenza per la strage di Vukovar è stata accolta con indignazione in Croazia. Nel novembre 1991 l’esercito jugoslavo e i paramilitari serbi entrarono nella città costringendo alla resa quanti si erano rifugiati all’interno dell’ospedale. Invece di essere fatti prigionieri, come negoziato con gli osservatori internazionali presenti, 264 non serbi furono portati in una fattoria vicina e trucidati. Vukovar è considerata come una città eroica dai croati perché per tre mesi riuscì a bloccare l’avanzata dei serbi nel resto del Paese.

Per quel massacro il Tribunale penale internazionale del’Aja ieri ha giudicato tre ex ufficiali jugoslavi: uno assolto, uno condannato a 5 anni per torture; la pena più dura è stata di 20 anni di prigione, inflitta al comandante Mile Mrksic non per aver commesso il fatto ma per aver permesso che accadesse.

“Sono sbalordito per questa sentenza - dice un croato -. Cosa provo? Amarezza e disperazione. Non so cosa dire perché ancora non ci credo”.

“Una pena del genere per un crimine del genere? - si indigna un altro - La comunità internazionale si deve vergognare e anche questa corte, che si mostra per quello che è: una farsa, un circo”.

Saputo del verdetto ieri sera la popolazione di Vukovar si è recata sui luoghi dell’eccidio per esprimere tristezza.

“Questa è l’Europa e questo è il modo in cui tratta il popolo croato. Non abbiamo diritto alla vita - dice una signora che ha perso 5 familiari nel massacro -. Lasciano liberi gli esecutori. Dobbiamo forse aspettare che ritornino?”

“Ci siamo riuniti qui per commemorare quest’orribile crimine. La richiesta dalla procura ci aveva fatto sperare in una pena esemplare”, ha detto il sindaco Ydenka Buljan.

Il tribunale ha stabilito che i crimini non sono stati commessi da truppe sotto il diretto comando dei tre imputati.

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L’Europa alla finestra - L’Editoriale di “La Repubblica”

September 28th, 2007 by Europa

di GUIDO RAMPOLDI

Nessuno avrebbe potuto inventare un conflitto più congeniale alla sensibilità europea della crisi birmana. Una popolazione disarmata che si ribella ad una dittatura militare, un coraggioso movimento di liberazione che tiene nel massimo conto i diritti umani, la religione che ritrova una dimensione politica sana in una laica lotta per la libertà.

Cos’altro si voleva per ritrovare in questi eventi alcune tra le questioni e le vicissitudini che hanno formato l’identità europea? Eppure in queste giornate i birmani avrebbero più di una ragione per chiedersi se esista ancora un’entità politica con quel nome: Europa. Da quando la crisi interna al Myanmar è diventata una crisi internazionale, la scena è occupata da americani e cinesi, da indiani e giapponesi. Ma gli europei non ci sono. Al momento non hanno neppure discusso se indurire le sanzioni contro la giunta birmana, il modo classico per cavarsi d’impaccio quando non si sa bene cosa fare o non si hanno altri strumenti per intervenire. Sono spettatori. Magari costernati, ma spettatori.

Si dirà, perché è di moda dirlo, che il problema è il ceto politico. Il continente, come negarlo?, non pullula di statisti. Nei governi non sovrabbonda il pensiero strategico. Nei parlamenti non prevale la conoscenza del mondo. Ma al di là del fatto che la qualità del personale politico rispecchia la qualità d’una società, l’obiettivo impoverimento delle classi dirigenti ha poco a che fare con la timidezza con cui l’Europa si accosta alla crisi birmana. Si dirà che la Birmania è lontana. Ma non era meno distante dieci anni fa, quando la resistenza solitaria di Aung San Suu Kyi appassionava non pochi. Si dirà che l’Europa è cambiata. Che ansie identitarie e insicurezza hanno diffuso ovunque grettezza, provincialismo, indifferenza. Che quanto è remoto, povero e straniero oggi non è popolare. Che la crisi della rappresentanza democratica non rafforza la solidarietà verso chi si batte per la democrazia. Tutto vero. Eppure esiste ancora, e sulla carta anzi è egemone, un’Europa attenta alla libertà e ai diritti umani, e consapevole che se decadono questi geni nel sangue delle nostre democrazie resta poco. Però non ha più nelle vele l’europeismo gagliardo che per alcuni anni sembrò darle slancio, prospettiva, proiezione nel mondo. E questo è un limite non da poco. L’europeismo è l’ultimo internazionalismo che nel continente ancora resista all’immiserirsi degli ideali e al restringersi degli orizzonti. Ed è anche un buon affare, perché talvolta ha offerto all’Europa la convinzione necessaria per recitare nei panni della potenza globale.

L’Europa attuale non ha di quelle ambizioni: sembra anzi rassegnata alla propria marginalità. Si può discutere a lungo sui motivi per i quali è diventata una comparsa, se abbia più colpa chi alla vigilia della guerra con l’Iraq spaccò l’Unione o piuttosto quella sinistra cieca che concorse a silurare il Trattato per la Costituzione. Ma non si può negare che la Ue oggi conti meno di qualche anno fa, e abbia introiettato il proprio declassamento così come si accetta un destino.

Per ritegno, questo non viene comunicato ai governi stranieri. Ma tutti ne sono consapevoli. Ovviamente gli ambasciatori europei continuano a riunirsi con cadenza fissa: ma come confida uno di loro, di stanza in un Paese mediorientale che oggi ribolle, “ci guardiamo in faccia e non sappiamo cosa dire”. I tentativi di coordinare le politiche estere sono così fiacchi che quando il solitario “coordinatore”, Javier Solana, sbarca in una capitale straniera la stampa locale neppure prende nota.

Quel cinismo mediocre che si pretende “realismo” a questo punto farà spallucce. Quanto avviene in Birmania, obietterà, non ha alcuna conseguenza per noi. Eppure un’Europa rannicchiata nella propria pochezza e rassegnata all’irrilevanza, è un pericolo per noi europei. Lo è tanto più in questo periodo, mentre tra Iran e Stati Uniti comincia una partita in cui anche gli spettatori rischiano parecchio. L’Europa ha buone probabilità di parteciparvi in ordine sparso, anche se non con i medesimi apparentamenti che si formarono alla vigilia della guerra con l’Iraq. Sarebbe la via più rapida per andare a ricasco degli eventi e rendersi perfino patetici. Usciti di scena alcuni tra i più ascoltati messaggeri dell’idealità europea - i Wojtyla, i Silvestrini, i De Villepin - ora mandiamo in giro i Kouchner.

Dunque i monaci birmani non sono così lontani come sembrano. Sono anzi vicinissimi al futuro dell’Europa. Alla nostra “identità”, come usa dire. Perfino ai nostri interessi. Potremmo dire che in qualche modo quei monaci marciano nelle nostre strade.

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Myanmar, il regime minaccia “misure estreme” contro manifestanti

September 27th, 2007 by Europa

Via dalle strade o si spara a vista. Questo il senso delle “misure estreme” minacciate dalla polizia a Yangon, ex capitale del Myanmar. E i manifestanti, raccolti intorno alla pagoda di Sule, si disperdono, evitando un bagno di sangue. La polizia compie un centinaio di arresti. L’esercito spara vicino alla prima stazione ferroviaria della città. Secondo fonti birmane, un cittadino giapponese è rimasto ucciso. Qualche ora prima, una persona che partecipava a un corteo era rimasta a terra, forse colpita.

La polizia ha caricato i manifestanti, diverse migliaia, che urlavano slogan contro la giunta militare. Le proteste contro il regime dell’ex Birmania si susseguono da una decina di giorni. Non solo a Yangon, prima città del paese, ma anche in altre località. A guidarle sono i monaci buddisti, coscienza morale e civile del paese, particolarmente rispettati dalla popolazione.

Ma da quando i generali hanno deciso di passare alle maniere forti, nemmeno i religiosi sono immuni dalla repressione. Più di ottocento sono stati arrestati nel corso della notte. I loro monasteri setacciati dalla polizia, in cerca dei monaci più giovani, che sfidano per le strade l’autorità dei militari.

Arrestati anche due dirigenti della Lega nazionale per la democrazia, primo partito di opposizione. E si teme per il loro leader, la signora Aung San Suu Kyi, forse ancora agli arresti domiciliari, oppure in carcere.

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La Georgia ammette l’uccisione di un ufficiale russo e accusa Mosca

September 27th, 2007 by Europa

Si aggrava la tensione tra la Georgia, le sue due regioni separatiste e Mosca, che è accusata di sostenerle. Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, parlando di fronte all’assemblea generale dell’Onu, ha detto che una delle persone uccise dalle sue forze armate il 20 settembre in Abkazia era un ufficiale russo che stava addestrando gli insorti. Come se non bastasse in Ossezia del Sud, ieri, georgiani e indipendentisti si sono scambiati colpi di mortaio.

“Cosa ci faceva un tenente colonnello dell’esercito russo nelle foreste georgiane organizzando e comandando un gruppo di ribelli armati in una missione di sovversione e violenza? - si è chiesto Saakashvili - Quanti non condividono una visione di pace e riconciliazione hanno scelto di essere contro la pace in Ossezia del Sud. Ma il desiderio di vivere liberi può minare i loro cinici piani”.

Un incontro tra rappresentanti di Tblisi e Mosca doveva tenersi a New York ma i georgiani lo hanno annullato. Così il ministro russo degli esteri Sergei Lavrov ha commentato: “Se i georgiani vogliono evitare discussioni spiacevoli su quanto accade attualmente in Ossezia del Sud e in Abkazia questo non fa loro onore. Il dialogo deve essere franco e basato sui fatti”.

Riguardo alla vicenda del 20 settembre, la Russia dice che le forze georgiane hanno fatto incursione durante un’esercitazione anti-terrorismo uccidendo due istruttori russi senza essere stati provocate. [EuroNews]

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Belgio, i fiamminghi chiedono al Parlamento la scissione di Bruxelles-Hal-Vilvorde

September 27th, 2007 by Europa

“Aiutateci a salvare il Belgio”: è l’appello in prima pagina del quotidiano belga “La Dernieure Heure”.
Una campagna contro i rischi di una divisione del paese fra Fiandre e Vallonia, sostenuta da una ventina di glorie nazionali, tra cui il ciclista Eddy Merckx e l’artista Annie Cordy, che ricorre al motto dei tre moschettieri: “uno per tutti, tutti per uno”.

Il Parlamento, intanto, ha iniziato la discussione sul destino della circoscrizione elettorale di Bruxelles-Hal-Vilvorde, cuore dello scontro fra fiamminghi e fraoncofoni: i primi, infatti, vorrebbero dividere la piccola circoscrizione, unita a quella della regione di Bruxelles capitale, e annettere 35 dei suoi 54 comuni alla provincia del Brabante fiammingo.

I rischi di una divisione tra le Fiandre, a nord, dove si parla olandese, e la Vallonia, dove si parla francese, sono aumentati negli ultimi mesi. Dalle elezioni politiche del 10 giugno scorso, le due comunità non riescono a trovare un accordo per formare un nuovo governo federale.

Per superare l’impasse politica, i due principali sindacati del Paese hanno lanciato una petizione “per l’unità del Belgio” che è stata firmata da 400 personaggi famosi. [EuroNews]

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Unione europea: in Birmania sanzioni e diplomazia

September 26th, 2007 by Europa

L’Unione europea ha già messo in cantiere nuove sanzioni contro la giunta birmana, uno dei pochi strumenti di cui dispone per condannare il tentativo del regime di reprimere l’opposizione.

Ma le sole sanzioni non bastano, in molti sono convinti che sia necessario un importante lavoro diplomatico con i paesi dell’intera area geografica.
A cominciare dalla Cina e dall’India.

Come sottoolinea Edward Mcmillan-Scott, del gruppo popolare europeo:

“Il parlamento europeo tiene un dibattito sulla situazione nell’ex Birmania, tutti i leader europei chiedono a Rangoon di fermare la repressione. Ma solamente la Cina può fare veramente qualcosa “.

Non è da Pechino che arriverà l’invito a rispettare i diritti dell’uomo. Per smuovere le acque in cui stagnano questi regimi, Marco Cappato del gruppo Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa promuove una politica propositiva.

Il parlamento appoggia l’opposizione non violenta in Myanmar da anni.

Nel 1990 assegnò a Aung San Suu Kyi il premio Sakarov per la sua battaglia contro l’ingiustizia e l’oppressione.

Agli arresti domiciliari dal 1989, il futuro premio Nobel per la Pace non poté partecipare alla cerimonia, il premio fu ritirato dal figlio.

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Ahmadinejad parla all’Onu : “Il dossier nucleare è chiuso”

September 26th, 2007 by Europa

NEW YORK - Per l’Iran il dossier nucleare è chiuso ed è diventata una questione ordinaria per l’Aiea, l’agenzia di controllo delle Nazioni Unite: lo ha detto il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu.

“L’Iran sarà naturalmente sempre pronto ad aver colloqui costruttivi con tutte le parti”, ha aggiunto il presidente iraniano che ha imputato ad “alcune arroganti potenze” di aver “abusato” del Consiglio di Sicurezza per “accusare l’Iran e per fare minacce militari e imporre sanzioni illegali” contro il suo paese. Ahmadinejad ha anche detto che Teheran ha ormai raggiunto “la scala industriale del ciclo combustibile nucleare, per scopi pacifici”. “Tutte le nostre attività sono state trasparenti e pacifiche” ha aggiunto, accusando le potenze occidentali di privare l’Iran del suo diritto all’energia nucleare.

Accolto al suo arrivo a Palazzo di Vetro dalle contestazioni dei dissidenti iraniani, ma anche applaudito da qualcuno nell’aula semideserta al termine del suo intervento, dal podio dell’Assemblea generale, il presidente iraniano ha attaccato gli Stati Uniti accusandoli di violare i diritti umani. “I diritti umani sono stati ampiamente violati da certe potenze specialmente da quelle che ritengono di avere l’esclusiva sulla loro difesa. Creare prigioni segrete, rapire persone, processare e punire persone calpestando il diritto, intercettare le telefonate sono diventate pratiche comuni e prevalenti”, ha detto Ahmadinejad senza peraltro mai nominare direttamente gli Stati Uniti.

Ahmadinejad aveva ascoltato impassibile prima il presidente Bush che nella stessa aula accusava l’Iran di essere un “brutale regime” al pari di Corea del Nord, Bielorussia e Siria: è stato questo l’unico riferimento nel discorso del capo della Casa Bianca ad una crisi che occupa in questi giorni l’agenda del Consiglio di Sicurezza con la minaccia di un inasprimento delle sanzioni. [Repubblica]

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New York, Ahmadinejad attacca - “Israele razzista, non lo riconosciamo”

September 25th, 2007 by Europa

NEW YORK - L’Iran non riconosce Israele, perché “è un regime basato sulla discriminazione e l’occupazione”: lo ha detto il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, rispondendo in videoconferenza da New York ai giornalisti a Washington, durante la sua visita ufficiale negli Stati Uniti. Il presidente iraniano ha ribadito i propri interrogativi sull’Olocausto, chiedendosi perché “se è davvero una realtà, non vengono permesse più ricerche”. Inoltre, se l’Olocausto è avvenuto in Europa, “perchè devono pagarne le conseguenze i palestinesi?”.

E’ un fiume in piena di dichiarazioni, annunci, appelli. Ha un’agenda fitta di appuntamenti con i giornalisti, alla vigilia della visita al Palazzo di Vetro. Un blitz mediatico che non piace affatto alla Casa Bianca e a molti opinionisti statunitensi, anche democratici. Ahmadinejad ha già dimostrato di essere un abile comunicatore. New York è un proscenio perfetto per mandare messaggi e dettare l’agenda della politica estera. La richiesta di visitare Ground Zero, poi, somigliava tanto a una provocazione. Non se ne parla neppure, gli ha risposto la Casa Bianca.

“Abbiamo detto più volte che siamo pronti a cambiare se gli iraniani cambiano e sospendono il processo di arricchimento dell’uranio”, ribadisce il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice. E comunque, precisa, non sono previsti colloqui Usa-Iran a breve termine. E aggiunge che gli Usa stanno considerando l’eventualità di un inasprimento delle sanzioni, anche nei riguardi del Qud, le forze d’elite della Guardia Rivoluzionaria iraniana.

Prima tappa del blitz mediatico di Ahmadinejad è l’incontro con un gruppo di ebrei ortodossi antisionisti che si batte per lo smantellamento pacifico dello Stato di Israele. “Ahmadinejad non è contro Israele né contro gli ebrei. Ha fatto del bene a Israele con donazioni di beneficenza” sostiene Ysroel Dovid Weiss, portavoce del gruppo che lo ha incontrato nel suo albergo a Midtown. Poi, il presidente iraniano spiega ai giornalisti che l’Iran “ha sempre avuto una politica difensiva, non offensiva” e non ha mai cercato di “espandere il suo territorio”. Non crede che gli Usa si stiano preparando ad attaccare l’Iran, è solo propaganda e rabbia: “Molto di questo discorso nasce da rabbia. E serve a scopi elettorali interni in questo Paese. Infine, serve come copertura per il fallimento della politica in Iraq”.

Poi, il leader iraniano ha preso parte a una videoconferenza con i giornalisti del National Press Club di Washington mentre fuori si levavano le proteste di organizzazioni filo israeliane. “Sono sorpreso che in un Paese che vanta libertà di espressione ci siano persone che vogliono impedire ad altre di parlare”, commenta. Poi, nuovo maestro di libertà: “L’Iran si oppone al modo in cui il governo americano gestisce le vicende mondiali. E’ sbagliato e punta allo spargimento di sangue”. E se fosse potuto andare a Ground Zero, avrebbe “sollevato domande sulle cause di fondo che hanno provocato la strage”. Infine: “L’Iran è il paese più libero e più illuminato del mondo. Comprese le donne”. Chi dice il contrario, come Amnesty International e Reporters sans frontieres, “non è mai stato in Iran”.

Il dibattito alla Columbia University comincia con un attacco durissimo del presidente Lee Bollinger: “E’ un crudele dittatore. Oggi sento sulle mie spalle il peso del mondo civilizzato moderno che anela a esprimere la repulsione verso quello che lei rappresenta”. Secca la replica: “Solo insulti, è stato un trattamento non amichevole”. Nei pressi del campus, che ha chiuso i cancelli, ci sono tafferugli e disordini. Poi il presidente iraniano ha cercato di spiegare che il suo Paese è “il più libero del mondo”; non è vero che chi protesta viene arrestato; la condizione femminile è “eccellente”. E poi: “Da noi non ci sono omosessuali come qui da voi”. Pegah, infatti, giovane donna omosessuale, finiva sulla forca se non avesse trovato asilo in Inghilterra. Infine, “è un nostro diritto quello di avere il nucleare pacifico. I tecnici dell’Aiea non hanno trovato nulla”. Per oggi può bastare. Domani il grande giorno all’Assemblea generale dell’Onu. [Repubblica]

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Il rettore della Columbia University, dove lunedì parlerà il presidente iraniano, risponde alle polemiche scoppiate in Usa: «Ahmadinejad? Avrei invitato anche Hitler»

September 24th, 2007 by Europa

NEW YORK - John Coatsworth, rettore della Columbia University, rispondendo alle polemiche scoppiate per il discorso che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad terrà lunedì presso l’università americana ha detto che avrebbe invitato anche Hitler a tenere un discorso. Questo, in nome del dialogo in cui, non c’è dubbio, crede fermamente. «Se (Hitler) avesse voluto partecipare a un dibattito e a una discussione e essere sfidato dagli studenti della Columbia, sicuramente lo avremmo invitato», ha detto Coatsworth.
AHMADINEJAD: «NON STIAMO ANDANO VERSO LA GUERRA» - Intanto, in un’intervista alla Cbs, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto che «è sbagliato pensare che Iran e Stati Uniti stiano andando verso una guerra». Quanto al programma nucleare, il presidente iraniano ha escluso fermamente che Teheran voglia dotarsi della bomba atomica. Giovedì prossimo i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu si incontreranno per valutare nuove e più severe sanzioni in grado di scoraggiare Teheran. Per Ahmadinejad, in procinto di arrivare negli Stati Uniti per l’Assemblea generale dell’Onu, «nelle attuali relazioni politiche la bomba atomica è inutile. Se lo fosse, sarebbe stata usata per evitare il crollo dell’Unione Sovietica o dagli americani per risolvere i problemi che hanno in Iraq…Il tempo della bomba è passato». [Corriere]

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“Carta di Roma”, il codice etico contro la xenofobia dei media

September 23rd, 2007 by Europa

Dopo nove mesi di lavori è pronta la Carta di Roma, il codice etico che i giornalisti dovranno seguire nel trattare di immigrati, rifugiati politici, richiedenti asilo. La proposta di elaborarla fu lanciata da Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, all’indomani del linciaggio mediatico del tunisino Azouz Marzouk per la “strage di Erba”, in realtà compiuta, come si scoprì rapidamente, da una coppia di italiani

Quella cantonata mediatica non fu che l’ultimo, clamoroso, effetto di un pregiudizio xenofobo che aveva cominciato a manifestarsi fin dagli anni Ottanta. Pregiudizio i cui effetti nocivi vengono sistematicamente confermati da tutte le indagini: gli italiani hanno un’idea deformata dell’immigrato e dell’immigrazione. La Carta di Roma - che ha la forma di un’intesa tra il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione della stampa con l’Alto commissariato dell’Onu - sarà esaminata da un ‘comitato scientifico’, poi dalle varie componenti della società civile che hanno relazioni col mondo dell’immigrazione e da associazioni che lo rappresentano

La complessità della procedura chiarisce la delicatezza dell’argomento. Fin dalla prima riunione del ‘comitato scientifico’, tra i giornalisti ci fu chi manifestò il timore che il codice etico potesse trasformarsi in un limite alla libertà di stampa. Ma a leggere il documento non si ha questa impressione. La Carta di Roma è una sorta di testo unico di principi deontologici già sanciti in numerose convenzioni internazionali e dalla Costituzione, accompagnati da una serie di ‘raccomandazioni’, per la maggior parte già, almeno sul piano teorico, unanimemente condivise dalla categoria: per esempio, evitare di basarsi sui pregiudizi, non pubblicare informazioni che possano mettere a rischio la sicurezza dei rifugiati e dei loro familiari, adottare la terminologia corretta evitando, per esempio, di usare a sproposito termini quali ‘clandestino’

Possono raccomandazioni di questo genere trasformarsi in un limite alla libertà di stampa? Dalla lettura della Carta, appare impossibile. In primo luogo perché i diritti degli immigrati, che hanno nel principio di uguaglianza uno dei loro fondamenti, appartengono alla stessa famiglia di cui anche la libertà di stampa fa parte. Sono alla base di tutte le società civili, così come il mondo le ha concepite dopo la fine della Seconda Guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo. Poi c’è una ragione più banale, concreta: per le eventuali violazioni non è prevista alcuna nuova sanzione. Sarà costituito un “Osservatorio indipendente e non governativo” che, davanti all’individuazione di comportamenti discriminatori, non farà altro che segnalarli agli organi competenti (cioè alla giustizia ordinaria o disciplinare che già oggi dovrebbero attivarsi)

La Carta di Roma è un supporto al giornalismo, al buon giornalismo. E dunque un servizio al cittadino-lettore. Non impedisce agli xenofobi di manifestare il loro pensiero. Tenta di porre un argine alle mistificazioni. Se, per esempio, s’intende sostenere che un certo gruppo etnico commette più reati, si citino i dati a sostegno della tesi. Ma si eviti di scegliere accuratamente, tra le notizie negative, proprio quelle che riguardano quel gruppo etnico escludendo altre notizie, identiche, che non lo riguardano. Si evitino le discriminazioni occulte, indirette, subliminali. Naturalmente, chi vorrà proseguire su questa strada potrà farlo: l’Osservatorio potrà solo segnalare il comportamento disonesto. Poi, come sempre, saranno i lettori a decidere [La Repubblica]

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Papa: “Condivisione, non profitto è come Dio contro Satana”

September 23rd, 2007 by Europa

CITTA’ DEL VATICANO - “La logica del profitto, se prevalente, - ammonisce il Papa - incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta”. “Quando invece - commenta - prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti”. “In fondo - per il Papa - si tratta della decisione tra egoismo e amore, tra giustizia e disonestà, in definitiva tra Dio e Satana”.

Benedetto XVI lo ha detto nell’omelia della messa celebrata a Velletri, sua sede titolare prima di essere eletto Papa, dove si trova per una breve visita. “Mi sento a casa tra voi - ha detto prima di cominciare la messa”.

“Se amare Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero e ultimo di tutta la nostra esistenza, - ha aggiunto - occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù”.

E se d’altra parte “si trova gente pronta ad ogni tipo di disonestà pur di assicurarsi un benessere materiale pur sempre aleatorio quanto più noi cristiani dovremmo preoccuparci di provvedere alla nostra eterna felicità con i beni di questa terra” ha osservato ancora papa Ratzinger, rilevando che “l’unica maniera di far fruttificare per l’eternità le nostre doti e capacità personali come pure le ricchezze che possediamo è di condividerle con i fratelli”.

Il Papa ha poi ricordato che la Bibbia “stigmatizza uno stile di vita tipico di chi si lascia assorbire da una egoistica ricerca del profitto in tutti i modi possibili e che si traduce in una sete di guadagno, in un disprezzo dei poveri e in uno sfruttamento della loro situazione a proprio vantaggio”.

“Il cristiano - ha rimarcato - deve respingere con energia tutto questo, aprendo il cuore, al contrario, a sentimenti di autentica generosità”. Per giungere a questo, il Papa ha invitato alla preghiera e ha ricordato che già san Paolo nella prima lettera a Timoteo “invita in primo luogo a pregare per quelli che rivestono compiti di responsabilità nella comunità civile, perchè, egli spiega, dalle loro decisioni, se tese al bene comune, derivano conseguenze positive, assicurando la pace e ‘una vita calma e tranquilla con tutta pieta’ e dignita” per tutti”. [Repubblica]

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Fiamminghi e valloni insieme in piazza a Bruxelles per dire no ad ogni ipotesi di separazione

September 22nd, 2007 by Europa

“Il Belgio non scomparirà”. Il ministro degli Esteri di Bruxelles lo ha detto per rassicurare gli animi durante la crisi che il Paese attraversa. Ma oltre un migliaio di persone, riunite nella capitale, lo hanno scandito a piena voce a mo’ d’appello e contro ogni ipotesi di separazione della comunità fiamminga da quella vallone. Tema che, dopo tre mesi senza un governo e con la situazione che non si sblocca, non è più un tabù.

“Ci sono tanti fiamminghi attaccati al Belgio, ma sono semplicemente più discerti, non lo sbandierano sempre” dice un fiammingo. “Ora in Belgio c’è una crisi o una pseudo-crisi politica” dice un vallone “organizzata da qualche sconsiderato, nè più nè meno. Gente che vuole il potere per sè. Rischiano di fare un disastro. Noi siamo qui per dirgli, giù le mani dal nostro Belgio”.

Ogni anno in settembre un centinaio di persone si radunano a Bruxelles per festeggiare l’anniversario della rivoluzione che ha portato il Paese all’indipendenza. L’incapacità dei partiti della comunità francofona da un lato e di quella fiamminga dall’altro di trovare l’accordo per un nuovo governo dopo le elezioni del 10 giugno, ha acuito le frizioni fra le Fiandre e il Sud vallone. Gli oltre mille manifestanti di quest’anno vengono letti come un segnale politico. [EuroNews]

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Germania, Oktoberfest al via. Fiumi di birra per due settimane a Monaco di baviera

September 22nd, 2007 by Europa

Sono attesi più di sei milioni di visitatori all’edizione 2007 dell’Oktoberfest, la gigantesca kermesse popolare che da oggi e per due settimane animerà la città tedesca di Monaco di Baviera. A metà tra la festa di paese e il grande business, Oktoberfest è anche uno straordinario volano economico. L’anno scorso, quando sono stati venduti sei milioni di litri di birra, ha generato un volume d’affari di oltre un miliardo di euro.

La giornata inaugurale, come da tradizione, è stata animata dalla presenza del sindaco della città, Christian Ude, e dal presidente della Baviera, Edmund Stoiber, che quest’anno ha rinunciato al classico vestito bavarese. Con l’apertura, a mezzogiorno in punto, della prima botte di birra, si è subito entrati, per la gioia di tutti, nel pieno della festa. Quest’anno un boccale di bionda costa poco meno di 8 euro. [EuroNews]

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